
Dopo l’esito del referendum si è diffusa con grande rapidità una lettura del risultato secondo cui il NO sarebbe stato “trascinato dai giovani”. È una narrazione intuitiva, accattivante e politicamente suggestiva: giovani più progressisti, più critici, più mobilitati. Tuttavia, se si guardano i dati attentamente, questa interpretazione risulta fuorviante. E parecchio, perché se c’è un gruppo che ha “trascinato” il NO, sono gli anziani.
Non basta osservare quale gruppo è più contrario in termini percentuali, bisogna considerare anche quanto pesa quel gruppo nel totale degli elettori.
Molte analisi si sono concentrate su un dato reale: tra i giovani (18–34) la quota di NO è effettivamente elevata (intorno al 57–61% a seconda delle stime). Questo è vero, ma non è sufficiente per dire che i giovani abbiano “trainato” il risultato. Per capire chi ha davvero determinato l’esito bisogna combinare due elementi:
- la percentuale di NO dentro ciascuna fascia d’età
- il peso numerico di quella fascia nell’elettorato
Quando si fa questo passaggio – cioè quando si calcola il contributo effettivo di ciascun gruppo al totale dei voti NO – il quadro cambia in modo significativo.
L’Italia è un paese demograficamente anziano. Anche limitandosi al corpo elettorale (quindi escludendo i minori), le fasce più anziane rappresentano una quota molto ampia della popolazione. In particolare, gli over 55 costituiscono circa il 45% degli elettori, mentre i giovani tra 18 e 34 anni si collocano poco sopra il 20%.
Questo significa che anche una differenza relativamente piccola nelle preferenze può tradursi in un impatto molto diverso sul risultato finale.
Se applichiamo questa logica ai dati disponibili (sia quelli suddivisi in quattro fasce d’età, sia quelli in tre fasce), emerge un risultato coerente: la quota più grande dei voti NO proviene dalle fasce più anziane, non dai giovani.
Tabella 1 – Dati YouTrend
| Fascia | % elettorato | % NO | % del totale NO |
| 18–34 | 22% | 57% | 22,9% |
| 35–49 | 25% | 60% | 27,5% |
| 50–64 | 27% | 47% | 23,3% |
| 65+ | 26% | 55% | 26,3% |
Tabella 2 – Dati Opinio Italia
| Fascia | % elettorato | % NO | % del totale NO |
| 18–34 | 22% | 61,1% | 25,2% |
| 35–54 | 32% | 53,3% | 32,1% |
| 55+ | 46% | 49,3% | 42,7% |
In altre parole, anche se i giovani sono più nettamente contrari, sono semplicemente troppo pochi per determinare da soli l’esito del voto. Gli elettori più anziani, pur mostrando livelli di opposizione leggermente inferiori, contribuiscono una quota maggiore del totale dei NO perché sono molti di più.
Questo ribalta la narrazione dominante. Non è corretto dire che il NO sia stato “trascinato dai giovani”. Anzi, se i giovani non avessero votato affatto, il NO avrebbe vinto comunque.
Un ulteriore elemento rafforza questa conclusione. In assenza di dati precisi sull’affluenza per età, i numeri riportati utilizzano una stima neutrale (cioè assumendo partecipazione simile tra le fasce). Ma sappiamo da decenni di studi elettorali che l’affluenza tende a essere più alta tra gli elettori anziani e più bassa tra i giovani. Se questo schema si è confermato anche in questo caso – cosa molto probabile – allora il peso effettivo degli anziani nel voto reale è ancora maggiore di quanto stimato.
Di conseguenza, l’idea di un NO “giovane” non solo è imprecisa, ma rischia di essere sistematicamente sbagliata.
Questo porta a una riflessione più ampia, che riguarda il modo in cui interpretiamo i comportamenti elettorali in termini generazionali. Negli ultimi anni è diventato sempre più comune parlare di una forte polarizzazione tra giovani e anziani, spesso descritta come un conflitto di valori: apertura contro conservatorismo, cambiamento contro stabilità, innovazione contro tradizione.
Il caso di questo referendum suggerisce cautela. I dati mostrano che:
- il NO è maggioritario in tutte (o quasi tutte) le fasce d’età
- le differenze tra gruppi esistono, ma non sono radicali
- il risultato finale è il prodotto di una coalizione intergenerazionale (“trascinata” dagli anziani), non di un blocco unico
Questo non significa che le differenze generazionali non esistano. Esistono, e in alcuni casi possono essere rilevanti. Ma il loro ruolo viene spesso enfatizzato oltre misura, soprattutto nel dibattito pubblico, dove narrazioni semplici e polarizzanti tendono a prevalere.
Il rischio è duplice: da un lato, si attribuisce ai giovani un potere di influenza che i numeri non confermano; dall’altro, si sottovaluta il ruolo centrale delle fasce più anziane, che restano – almeno per ora – il vero perno elettorale del paese.
Se vogliamo comprendere davvero i risultati elettorali, dobbiamo resistere alla tentazione di spiegazioni rapide e intuitive. Il comportamento politico non si lascia ridurre facilmente a slogan generazionali. E, come spesso accade, sono i numeri – letti correttamente – a raccontare una storia più complessa e meno ideologica.